Degli italiani si potrà dire che nel progettare motori siano sanguigni e passionali, dei tedeschi che riescono con lo studio a spingere al massimo le tecnologie esistenti, degli inglesi che siano elegantemente compassati, ma se dobbiamo trovare un popolo capace di tirare fuori dal cilindro delle innovazioni al limite della follia, in contrapposizione con il loro essere gentili e pacati, beh quelli sono i giapponesi! Se oggi guardiamo il mercato le creazioni più estreme sono proprio le loro, basti citare la Suzuki Hayabusa e la Yamaha R1, per capire l’affermazione precedente.

Ebbene, in passato gli uomini del Sol Levante si sono spinti oltre, molto oltre…Correvano gli anni ’80, periodo di inventiva senza regole e senza freni, di benessere e di euforia; in questo contesto fertile videro la luce i primi e unici modelli di moto dotati di turbocompressore, che avrebbe dovuto essere un nuovo capitolo per le due ruote, ma che si rivelarono presto una meteora, per quanto suggestiva.

Tutte le Case jap si cimentarono in questa impresa, dando vita ad un poker di moto dal comportamento esaltante e…letale. Le “fab four” (non me ne vogliano i ragazzi di Liverpool…) erano in ordine alfabetico: Honda CX Turbo (sia 500 che 650), Kawasaki GPZ 750 Turbo, Suzuki XN85 e Yamaha XJ650 Turbo. La prima ad entrare sul mercato fu la Honda 500 nel 1981, l’ultima la Kawa nel 1984, mentre l’ultima apparizione nei listini fu della Honda CX650 nel 1986. Le potenze erano comprese fra gli 82CV della CX500 e i 112CV della GPZ, quindi abbastanza risibili se confrontate a moto odierne “da passeggio”, improponibili se parliamo di supersports (oggi arriviamo a 180CV e oltre). Lo scopo era quello di ottenere con cilindrate relativamente piccole le medesime prestazioni di quelle offerte da motori di un litro di cilindrata, e l’obiettivo si può dire raggiunto: tutte le moto di questo poker superavano i 200 km/orari, addirittura la GPZ toccava i 230, con accelerazioni di prim’ordine (la GPZ ad esempio bruciava i 400 metri da fermo in 11 secondi).

Tutto bello? Tutto buono? Un successo scontato? Nient’affatto, possiamo al contrario parlare di flop commerciali a tutti i livelli; le ragioni sono da ricercarsi nei prezzi elevati, nella minor godibilità rispetto alle aspirate a causa del turbo lag (le turbine piccole a passo variabile sarebbero arrivate molti anni dopo sulle auto) che dava vita ad un comportamento brusco benchè entusiasmante in accelerazione, fattore che unito a ciclistiche e pneumatici ancora poco performanti rendeva queste moto delicatissime e rischiose nella condotta di guida sportiva. Non da ultimo, già a metà anni ’80 si erano affacciate sul mercato moto aspirate ad alte prestazioni, che di fatto resero superfluo insistere sulla via del turbo, costoso e di difficile messa a punto (soprattutto in termini di raffreddamento).

Oggi quella soluzione appare davvero affascinante e suggestiva, in linea con lo spirito eccessivo del periodo che le partorì, tanto che le poche turbo rimaste hanno meritatamente visto crescere le proprie quotazioni come oggetto da collezionismo. Per il resto nulla è rimasto, se non un tentativo, peraltro velleitario vista la risposta del mercato, di Peugeot di sovralimentare il proprio scooter Satelis con un compressore volumetrico. Chissà che in un futuro non troppo lontano i jappo riescano di nuovo a stupirci…

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